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Bambini, animali, violenza.
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Il rapporto bambini, animali, violenza si può presentare con tre modalità diverse: 1) violenza esercitata dal bambino sull'animale; 2) violenza esercitata sull'animale da uno o più soggetti adulti che può avere un effetto psicologico deleterio sul bambino spettatore in un duplice senso: 2a) il bambino partecipa alla sofferenza dell'animale e quindi soffre anch'egli; 2b) il bambino impara la crudeltà, vi si abitua e può diventare a sua volta crudele sia verso gli animali che verso gli esseri umani, subendo così una grave modificazione nel suo carattere e nel suo comportamento; 3) violenza esercitata dall'adulto nei confronti dell'animale da compagnia cui il bambino è affezionato, allo scopo di punire o comunque di far soffrire il bambino stesso (questo si verifica all'interno dei rapporti familiari e più frequentemente si associa alla violenza esercitata nei confronti della moglie o della compagna). La prima situazione è oggetto di numerosi studi e relazioni, in particolare oggetto del Convegno del 7 maggio 2010 che si terrà in Genova, ove i relatori cercheranno di illustrare le cause e i possibili rimedi della crudeltà infantile o adolescenziale verso gli animali. La seconda situazione presenta dei risvolti interessanti dal punto di vista giuridico, soprattutto sub 2b: essa ha infatti costituito il punto centrale della teoria cosiddetta dei “doveri indiretti” nei confronti degli animali, detta anche “tesi della crudeltà”. Per lungo tempo infatti si è ritenuto che non esistesse nessun dovere morale (né tanto meno giuridico) nei confronti degli animali, considerati come res, cose, di cui gli uomini, signori del creato, potevano disporre come meglio credevano, senza remora alcuna, salvo quelle derivanti dalla sensibilità di ciascuno. Si è parlato a questo proposito di “sciovinismo umano”, cioè di una posizione totalmente antropocentrica ( il che non significa ovviamente che nei secoli passati non ci siano state delle voci che si levavano in difesa degli animali, ma si trattava di voci isolate che non incidevano sul sentire comune a livello sia etico che giuridico). Tuttavia nel xiii° sec. Tommaso d'Aquino, rifacendosi peraltro alla frase di Ovidio “saevitia in bruta est tirociniun crudelitatis in homines”, la crudeltà verso gli animali insegna la crudeltà verso gli uomini, sostenne appunto che non si deve usare violenza agli animali perché c' è il rischio di diventare crudeli anche nei confronti degli esseri umani. Rischio che viene corso non solo dagli autori delle violenze ma anche dagli spettatori delle medesime. In altri termini, per Tommaso d'Aquino noi non abbiamo nessun dovere diretto verso gli animali, che rimangono sempre al di fuori della sfera morale: ma dal dovere diretto verso i nostri simili di evitare sevizie e spettacoli crudeli per i motivi sopra accennati si producono delle ricadute a favore degli animali, nasce cioè un dovere indiretto nei loro confronti. Questa teoria, che ha portato indubbiamente dei benefici anche se parziali agli animali, è durata a lungo ed è stata ripresa da molti filosofi: si può citare per tutti Kant che ha scritto “ l'uomo deve mostrare bontà di cuore verso gli animali perché chi usa essere insensibile verso di essi è altrettanto insensibile verso gli uomini”. Ed è servita da giustificazione primaria e si può dire esclusiva per le leggi di protezione degli animali fin dal loro primo apparire verso l'inizio del XIX secolo: e poi è continuata, ad esempio nel nostro paese, fino al 1993, anno in cui finalmente si fece strada anche a livello legislativo, dopo essere stata a lungo dibattuta nell'ambito filosofico, l'idea che gli animali in quanto esseri senzienti e sensibili, vanno protetti dalla crudeltà umana per loro stessi e non per scopi indiretti, educativi o simili. Ora uno degli aspetti più interessanti di questo tema consiste nel fatto che la preoccupazione per l'effetto estremamente dannoso della istigazione alla violenza provocata dall'assistere a spettacoli crudeli, riguardava soprattutto i bambini, i minori, anzi ”i fanciulli” per usare la terminologia che troviamo in numerosi dibattiti riportati nei lavori preparatori delle varie leggi di tutela che si sono succedute nel nostro paese. Ad esempio nel Disegno di Legge per il Progetto del nuovo Codice Penale, presentato alla Camera dei Deputati dal Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti on. Giuseppe Zanardelli nel 1887,(entrato poi in vigore nel 1890), si legge: “ Le crudeltà usate contro gli animali......contrastano con ogni senso di umanità, di compassione, di benevolenza, spengono nell'uomo avvezzo ad infierire contro le creature animate...........ogni sentimento mite, pietoso e gentile, lo rendono insensibile alle altrui sofferenze.....destano nella società degli effetti feroci e barbari, segnatamente nei fanciulli, con gravissimo nocumento per l'educazione loro”. Tale argomentazione viene ripresa nel Disegno di Legge sulla Protezione degli animali presentato nel 1910 dall'allora Presidente del Consiglio, Ministro dell'Interno on. Luigi Luzzati ( diventato Legge nel 1913), in cui viene aggiunto all'art. 2 che “occorre educare la popolazione a non incrudelire verso gli animali..........concedendo premi agli insegnanti che diano nella scuola speciali istruzioni sulla necessità di proteggere gli animali”. Sempre nel corso della discussione su tale disegno di legge, l'on. Filippo Torrigiani ha affermato che “la tutela degli animali è connessa col problema dell'educazione, perché “ ogni mezzo per addolcire il cuore del fanciullo ed abituarlo alla pietà, resterà sterile, se egli dovrà assistere a crudeli e continue sofferenze degli animali, e si abituerà a considerarli come cose e non come esseri sensibili”. Disposizioni similari sono presenti anche in documenti successivi, a testimonianza del fatto che il problema del rapporto violenza-animali-minori e la sua complessità avevano già dall'inizio richiamata l'attenzione dei nostri legislatori, sollecitati peraltro in questo da analoghe preoccupazioni espresse dai filosofi. Si veda per esempio quanto scrive John Locke nel suo Some Thoughts Concerning Education (1705): “l'abitudine di tormentare ed uccidere...gli animali, indurisce le loro menti (dei bambini).......chi si diletta nelle sofferenze e nella distruzione delle creature inferiori non sarà suscettibile di provare compassione....verso i propri simili”. E Rousseau al canto suo nell' Emilio (1762) si dice a favore dell'alimentazione vegetariana per i fanciulli, come pratica per una educazione alla vita pacifica e per inculcare il rispetto per gli animali. Si è fatto sopra notare come dalla legge del 1993 in poi si parla solo dei doveri che coinvolgono direttamente il rapporto uomo-animali, ed è scomparsa l'argomentazione circa l'educazione e la moralità pubblica. E' rimasta tuttavia un'eco della vecchia teoria in quanto, probabilmente a causa di una certa vischiosità delle consuetudini linguistiche nel linguaggio normativo, la nuova legge, l'ultima, sul maltrattamento degli animali, n.189 del 20 Luglio 2004, art.544 ter del Codice Penale, continua ad essere rubricata sotto la titolazione IX bis, Dei delitti contro il sentimento per gli animali e non “contro gli animali o contro la loro sofferenza“ o dizioni analoghe. A questo punto molti animalisti hanno protestato, chiedendo che venga tolto anche quest'ultimo riferimento alla sensibilità delle persone, e che si parli solo del maltrattamento agli animali. Forse però, a mio avviso, l'idea della tutela della sensibilità dei soggetti umani, ed in particolare dei minori, di fronte a crudeltà inflitte agli animali, potrebbe essere mantenuta, non certo come giustificazione esclusiva o principale della tutela stessa bensì come finalità collaterale, visti gli effetti deleteri che tale violenza può produrre sui caratteri. Venendo al punto 3, violenza esercitata sull'animale da compagnia allo scopo di punire il soggetto umano affettivamente legato al pet, si tratta di un problema che riguarda la violenza all'interno dei gruppi familiari, la violenza domestica: ed è stato, almeno finora, oggetto di studio soprattutto negli Stati Uniti in special modo da parte dei gruppi femministi, perché le persone coinvolte sono nella stragrande maggioranza dei casi donne, e assieme a loro di conseguenza i bambini.
Per questa preziosa relazione si ringrazia la Prof. Silvana Castignone – Università degli Studi di Genova
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